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My word coach – Giocare con la grammatica

 

“Il 38% degli italiani non sa usare il congiuntivo, il 27 % ha problemi con il condizionale e il 31% con il passato remoto”. Gli accenti creano confusione e il 63% degli italiani non sa mai se mettere l’accento sul “se” e il 22% non sa bene dove di mettono le doppie consonanti nelle parole.

E le K??? Vogliamo parlare del fiorire delle K?????Consonante di nobile origine greca, ma assolutamente sconosciuta alla lingua latina che fa da base alla nostra di lingua.

La notizia è di quelle da ricerca universitaria, direte voi. Invece no. Sorpresa. La notizia viene da una ricerca del produttore di videogiochi Ubisoft, che ha pensato bene di rimediare all’emergenza con il gioco “My word coach-Arricchisco il mio vocabolario”: sei livelli di gioco attraverso i quali mettersi alla prova e migliorare la propria proprietà di linguaggio.

Lo studio e’ stato realizzato da BocconiTrovato&Partners attraverso 5 focus group, su circa 100 ragazzi delle scuole medie superiori, in collaborazione con un pool di 80 esperti.  

I risultati sono stati abbastanza deludenti: solo il 14% ha risposto esattamente ad almeno l’80% delle domande, mentre la maggior parte (47%) si è limitata al 40% di risposte corrette. Ben il 21%, poi, ha risposto correttamente solo al 30% del questionario. Qual è il significato corretto di "abiurare"? Tra quelle proposte è sicuramente questa la parola che ha creato maggiori problemi agli studenti. Solo l’11% ha individuato in "sconfessare-rinunciare" il significato corretto, e se le risposte si sono polarizzate su "minacciare-intimidire" (46%) c’è anche un 19% che ha scelto "copiare" e un 24% che ritiene abiurare il verso di un animale.

Qual e’ il significato corretto di ‘zuzzurellone’? Neanche l’ultima parola del nostro vocabolario ha segnato una riscossa degli intervistati perche’ a fronte di un 62% che ha correttamente indicato in ‘sciocco’ un giusto sinonimo, ci sono 4 ragazzi su 10 che hanno scelto un recipiente (12%), un tipo di abito (11%) o una tribu’ dell’Africa centrale (9%).

 

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18 lug 2008
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L’arte della menzogna

La menzogna ha tante facce: quella privata (Un’amante??? Ma no cara, non è quello che sembra), quella pubblica (le campagne elettorali in ogni angolo del globo) e quella business.

Il Financial Times, con un articolo impietoso, definisce le categorie di rot, cioè stupidaggini, dette in momenti più o meno imbarazzanti da un superiore a un inferiore. E di sicuro in quei momenti nessuno pagherebbe per essere nei panni del povero dipendente.

LE UTILI - «Con grande rammarico annunciamo che il tale lascerà la nostra società, di comune accordo, entro aprile. È stato un collega eccezionale e ha dato un grande contributo alla vita dell’azienda. Sono sicuro che vi unirete a me nell’augurargli la migliore fortuna…». "Rammarico" significa sollievo, "di comune accordo" significa che il tale è stato brutalmente licenziato ma né lui né l’azienda dirà una parola su questo stendendo il famoso "velo pietoso", "sono sicuro che vi unirete a me" significa "non so cosa stiate pensando (e non mi interessa) ma qui comando io e quindi ve lo dico io qual è la vostra posizione su questa faccenda". Si tratta di una serie spropositata di scempiaggini, ma che hanno il solo scopo di rendere meno brutale l’addio. Quindi, vanno perdonate.

LE GENTILI – "Lo terrò a mente" vuol dire senza il minimo dubbio "ho la ferma intenzione di ignorare completamente tutto ciò che hai detto". La fatidica domanda "Che tipo di ragionamento c’è dietro la tua idea?" corrisponde esattamente a "eri drogato quando hai partorito una tale idiozia?". Ci sono poi una serie di frasi buone per tutte le stagioni: "Capisco quello che dici" (non sono per niente d’accordo), "mi mancherà il piacere di lavorare con persone così geniali" (non vedo l’ora di uscirne).

FALSE E CORTESI - Una lettera che si conclude con "le auguriamo i migliori successi nella sua futura carriera" non può che significare "guardati bene dall’insozzare di nuovo il pavimento del nostro ingresso". Quarto gruppo, le bugie che creano false aspettative, come "ti darò una risposta su questo" (voglio dimenticarmene quanto prima), "dirò poche parole" (parlerò almeno un’ora), "non farò un discorso" (farò un discorso, ma non l’ho preparato).

FUORVIANTI – "Il 2008 sarà un anno di consolidamento" (i risultati saranno di sicuro peggiori di quelli del 2007). Premessa: chi ne capisce di finanza e lavora nel settore riesce a cogliere il messaggio tra le righe.

CINICHE – "E’ molto importante per noi che lei ci abbia contattati…", "il cliente ha sempre ragione…", "siamo spiacenti per qualunque inconveniente possiamo averle causato". Tutte frasi il cui suono fa bene (al marketing delle aziende, non certo alle orecchie di chi le ascolta che rischia di sentirsi un po’ preso per i fondelli).

PROBLEMATICHE - Le frasi che, nella loro stupidità, hanno però il potere di creare una montagna di problemi nell’immediato futuro. "Facciamo un pranzo insieme i prossimi giorni" si dice con nonchalance: ma quando l’interlocutore comincia a scorrere l’agenda per trovare il giorno giusto che si fa?

 

AGGIORNAMENTO 11/06/08

“Non capita spesso di vedere facce così giovani in queste sale”
(Mario Draghi, governatore di Bankitalia, parlando a un gruppo di liceali)
voleva dire
“Ci sono ancora un centinaio di dirigenti della Banca d’Italia che sono di troppo”.

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10 giu 2008
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“Il mio viaggio nell’Aldilà” di Nadine Gordimer

Cristiani. Vi ritroverete ancora una volta insieme a tutti i vostri cari estinti. Ma proprio tutti, tutti coloro che ciascuno ha perduto e che hanno vissuto secondo virtù e fede. Un cielo incredibilmente affollato, al di là di ogni mortale capacità di comprensione. Peggio delle code all’ufficio postale, alla banca, negli stadi sportivi e nella calca dei concerti di musica pop; peggio delle maree di gente ai cortei di protesta politica, e peggio anche delle code agli aereoporti, con gli arcangeli ai controlli di sicurezza che fanno togliere le scarpe ai passeggeri.

Musulmani. Un paradiso con una provvista illimitata di vergini. Ma ogni maschio che abbia vissuto la propria esperienza sulla terra sa bene che le vergini non sono poi un gran che — strilli di dolore e scie di sangue sono la loro specialità — mentre le donne esperte sono quelle che sanno davvero come si faccia all’amore.

Ebrei. Soltanto le cose di questo mondo. Il che non equivale a materialismo, e non va inteso nel senso di possedimenti materiali. Soltanto il bene che si è fatto in questo mondo. Niente ricompense celesti.

Buddisti. Secondo quanto dice il Bhagavadgita, 11. 22, «Come un essere umano getta da parte un indumento consumato e ne indossa uno nuovo, così lo spirito scarta un corpo consunto e ne prende uno nuovo». Non mette conto di passare in rassegna le altre fedi religiose per vedere come ognuna di esse si preoccupi di evitare quanto è inevitabile, e cioè la fine.

L’aldilà è un altro pianeta. Neanche Einstein lo sapeva, né lo sa il telescopio più moderno e potente che esista. Il Telescopio Spaziale Spitzer riesce a guardare quasi 18 miliardi di anni-luce all’indietro, individuando la polvere di stelle da cui proveniamo; ma non sa guardare innanzi, verso dove stiamo andando. Neppure l’idea della Luce Oscura, un concetto scientifico esaltante ed esteticamente attraente, ha chiarito questa scoperta. Tutti i lanci di goffi fuochi d’artificio nello spazio — tutti i Diwali indiani, i Capodanni cinesi, i fuochi di Guy Fawkes —, i razzi nel cui abitacolo stanno astronauti uomini e donne, e il fenomeno della perdita di gravità, non hanno aperto la strada a un’esistenza contingente che avvenga in un altrove sgravato del peso della carne. Tutto quel gran ragionare intorno al fatto se ci sia o non ci sia la vita su Marte: il solo barlume che abbiamo, abbiamo avuto, è che forse questa sarebbe la risposta. Ci siamo giunti senza capirla, e per puro desiderio: desiderio di una risposta, oppure, chissà, desiderio di non perdere somiglianza, nell’Aldilà, con la vita di quaggiù.

I marziani, i venusiani e tutti gli altri alieni non possiedono ali d’angelo. Sono, è vero, certamente forniti di estensioni atte alla propulsione, in numero di due, più altre due, terminanti con un’estremità capace di afferrare e manipolare in modo complesso: sì, insomma, hanno una sorta di corpo a struttura ossea e muscolare, di diverso modello ma pur sempre basato su braccia e gambe, proprio come le case automobilistiche producono modelli diversi che funzionano in base a medesimi princìpi. Hanno un terzo occhio. Non come i Ciclopi, però. Forse, il terzo occhio di cui ebbe nozione Einstein: l’occhio grazie al quale Einstein riuscì a percepire l’unità di spazio e tempo.

Acqua. Ecco quel che cercava l’esplorazione spaziale — non è forse così? — come prova dell’esistenza della vita su pianeti diversi dal nostro. C’è abbondanza di acqua.

Cibo. Tutto il nutrimento necessario a mantenere in vita risulta presente sotto forma di elementi contenuti in quest’acqua. E non debbono mangiare, costoro? No, non ce n’è bisogno, a differenza di quanto accade a noi. E perciò non conoscono la fame. E neppure l’obesità e la differenza di classe?

Escrementi. Forse si liberano dell’eccesso di acqua attraverso il sudore.

Sesso. Come certi vermi che conosciamo, ciascuno di essi è dotato di entrambi gli apparati procreativi. (Magari è questo, almeno, il Cielo/Paradiso segreto che sognano i nostri innamorati del proprio stesso sesso?) Non procreano: il che potrebbe significare che su quel pianeta non esiste il dolore, dato che il dolore del parto è all’origine del dolore nella vita terrena. Il terzo occhio è il generatore di creazione. Gli esseri vengono «immaginati». Potrebbe essere il modo di creare dei figli ideali che diverrebbero uomini e donne come a noi piacerebbe che divenissero, e non come di fatto è avvenuto quaggiù, in salute e in malattia, a causa soprattutto — come abbiamo ap preso — del nostro Dna. Naturalmente si potrebbe pensare che tutto ciò condurrebbe più opportunamente all’Inferno in quanto realizzazione dell’estrema variante del Superuomo e della Superdonna di Nietzsche e Hitler. Ma quali mostri distruttivi potrebbero mai nutrirsi di sola acqua? In un simile pianeta i filosofi e i politici non faranno mai carriera.

Niente sudore e fatica nei pozzi delle miniere e nelle fabbriche, nei campi e al computer, per poter essere; niente problemi di sesso, niente desideri, niente figli non voluti che si debbano abortire, niente tensioni fra le catene generative di amante e amato, padre e madre, figlio e figlia. Sembra quasi di aver raggiunto la pace nella nostra incarnazione in un altro luogo dello spazio, una realizzazione del nostro sogno di non esistere mai e non da qualche parte. Una pace raggiunta solo qua e là su questa terra, e di quando in quando, giusto il tempo per stracciarla e farla a pezzi come i trattati delle Nazioni Unite; e inevasa come gli accordi sulla globalizzazione. La parola «tensione» è un arcaismo senza significato in qualsiasi veicolo di comunicazione linguistica usato per tenere assieme l’Aldilà.

Oltre la nostra vita. Dopo la nostra vita. Non sono dotati di una memoria, così come noi la intendiamo; questo è stato risparmiato loro. Gli aggiustamenti delle nostre azioni passate che inevitabilmente facciamo noi umani allo scopo di disfare il malfatto, oltrepassare le negligenze (ahimè irrevocabili, come ben sappiamo) nei confronti di coloro che amiamo o, ancora peggio, di chi abbiamo colpevolmente, crudelmente trascurato. Che sollievo paradisiaco!

Forse essi non provano nostalgia senza capirne il motivo. La vita sulla terra era così brutale, dura, inquietante: una domanda senza risposte. Perché mai si dovrebbe aver nostalgia di qualcosa, da questa totale libertà: eppure… L’estenuante pena della perdita: un sentimento che si può provare soltanto se si è già sperimentata la realizzazione di sé che quella perdita conferma. Senza questa clausola che altro c’è se non un vuoto. I tormentosi interrogativi: lei ritornerà o non ritornerà?, dov’è andato lui?, che cosa diceva realmente la voce al cellulare premuto contro l’orecchio?, quale giorno, quale ora, ha deciso la riuscita, il fallimento?, quanto lontano, quanto vicino?

E che dire del significato delle cose inanimate laggiù sulla terra. L’ordito degli oggetti comuni oltre il loro posto, e la misura del tempo cadenzata in griglie di calendari. Un tetto ricoperto di tegole che risulta identificabile sul globo di materia lasciato laggiù. Nient’altro che un tetto? La curva e la dimensione di ciascuna tegola, derivata da una forma umana, che essa continua in un altro materiale. Un essere umano intravide le possibilità di un pezzo di argilla plasmata sulla curva della sua coscia. Cotte al forno, collocate a embrice una sull’altra lungo le travi in discesa del tetto, le tegole avrebbero condotto a terra la pioggia mantenendo asciutto il riparo costruito dagli umani. E a distanza di millenni, come sovente accade con ciò che l’immaginazione della mortalità ha orgogliosamente creato fra l’editto di nascita e la tomba, v’è una celebrazione di bellezza nella sequenza dei tetti negli antichi villaggi d’Italia e di Francia. La brutta riproduzione di un dipinto a olio. Una natura morta; un altro tipo di persistenza all’interno dell’effimero. Semplicemente

, «Ragazze al pianoforte», con una succinta attribuzione informativa, Auguste Renoir. Un delizioso soggetto d’altri tempi; per altri, per chi lo vede all’improvviso, il dipinto originale che stava appeso alla parete in casa di suo padre prima che la guerra ne comportasse l’esproprio e la perdita ed esso passasse di mano in mano — mani sporche di denaro — sino a diventare tesoro pubblico in un museo d’arte che oggi vende riproduzioni a stampa delle proprie acquisizioni.

Niente arpe, né angeli, né vergini, niente politici né sete di potere, e invece completa libertà da tutto ciò che si è sopportato e goduto in terra: la polizza di assicurazione dell’Aldilà pagata sino all’ultimo centesimo. Ma allora, che motivazione li spinge? Il bisogno inconscio di cercare un altro pianeta. Fuggire l’Eternità.

Nadine Gordimer

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Vota Antonio!!!!

E’ tempo d’elezioni: coalizioni, conglomerati, agglomerati, partiti, partitini, sotto partiti…

 

E un partito dei lettori?

Poichè la politica è cosa serissima (!) , redigiamo un bel programma:

  • copiare parola per parola la legge sul libro dalla Francia (sempre i francesi);
  • la biblioteca non è un territorio alieno, non vive d’arte e d’amore, non s’eleva sulle miserie umane, ma necessita di vile pecunia per comprare i libri, mantenere gli spazi adeguati e pagare gli stipendi: anche un bibliotecario mangia;
  • come fare ad orientarsi tra la sterminata offerta del mercato editoriale e nello stesso levare di torno un po’ di disoccupati d’alta classe? Semplice: prendiamo qualche migliaio di laureati in lettere (non che siano gli unici a saperlo fare, sia chiaro, ma la categoria m’è particolarmente cara) e mettiamoli a leggere e a compilare le schede dei libri: segnalazioni semplici, fedeli e fidate da diffondere su internet, librerie e biblioteche;
  • direttiva alle case editrici di pensare che per ogni tomo costosissimo, rilegatosissimo e destinato a riempirsi di polvere dibattendosi in un angoscioso dramma esistenziale (chi son io? un libro o un soprammobile?) si prevedano OBBLIGATORIAMENTE collane tascabili economicissime. (sullo scambio di libri non concordo… son gelosa delle cose mie io.. e i libri sono una delle cose più MIE in assoluto);
  • promozione: compra un libro, ti diamo la tesserina dei punti: più ne compri, prima avrai il regalo. Prima o poi, con tutti questi libri (esaurito ogni altro uso tipo rialzo del tavolo, spessore del divano, fermatende et similia) la voglia di aprirne uno verrà… .
  • avvertenze: obbligo d’inserire su ogni libro la dicitura "Attenzione: la lettura provoca assuefazione e può produrre effetti allucinogeni e manifestazioni di transfert extracorporeo" (sia mai che in questi tempi di stupefacenti vari qualcuno si stupefacesse così…)

 

(post ispirato ad un intervento letto nel blog di un gruppo di lettura di cui ho perso l’indirizzo…)

 

PS: è vero… io non regalerei mai un libro mio, ma se qualcuno volesse "I pilastri delle terra" di Ken Follett, faccia un fischio, che glielo mando infiocchettato e corredato di sequel… Ne ho letti mattoni… ma questo è inenarrabile… Ve lo dice una che ha letto "Il nome della rosa" in tre giorni…

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De Cataldo: dagli anni di piombo a quelli di balsa

di Giancarlo De Cataldo

“Vestiti e corri alla radio. Hanno rapito Aldo Moro”. Avevo vent’anni, collaboravo a una radio libera. Mandai al diavolo l’amico, noto per i suoi scherzi, e me ne tornai a dormire. Pochi minuti dopo telefonarono da casa, giù in Puglia. “Hai sentito che è successo? Per favore, prendi il treno e torna a casa. A Roma c’è pericolo…”. Accesi il televisore: comparvero le immagini di via Fani. Poliziotti in borghese si aggiravano attoniti fra i corpi dei loro colleghi della scorta; auto di ordinanza scaricavano alte cariche dello Stato dal volto corrucciato; la voce rotta dall’emozione dello speaker ripeteva le prime informazioni sul fatto. Allora è vero, è accaduto davvero. Hanno preso Moro. Sono state le Brigate rosse. Siamo in guerra…
Ho fra le mani, trent’anni dopo, Eseguendo la sentenza, il libro che Giovanni Bianconi ha dedicato ai 55 giorni del sequestro Moro. È una cronaca appassionata dei fatti, rivissuti attraverso i ricordi e le sensazioni di coloro che ne furono protagonisti, le dichiarazioni ufficiali “in presa diretta”, i documenti d’epoca. Una ricostruzione preziosa che ci restituisce al clima di sbigottito ottundimento che caratterizzava le nostre percezioni dell’allora, e ci forza a misurare il fossato incolmabile che divide il come eravamo dal come siamo diventati.
Quella mattina ci ritrovammo in radio, dominati dalla sensazione di una catastrofe incombente. Un pugno di giovani impotenti che, come tutti i giovani, coltivavano ancora l’illusione di poter cambiare il mondo. Il mondo dei padri. Eravamo aggressivi verso quel mondo. Di un’aggressività che coinvolgeva tutta una generazione: nessuno poteva dirsene immune. Pensavamo che i padri dovessero essere provocati, persino umiliati, costretti comunque a ritirarsi. Forse, speravamo solo di stimolare una qualche reazione in loro. Volevamo spingerli a un confronto aperto. Confidavamo in una loro risposta, in un segnale. Ma nessuno di noi avrebbe mai imbracciato un mitra e spento una vita umana.
Però c’era chi lo faceva, e nel senso «politico» della lotta armata non potevi non cogliere, immediato, il riflesso di quell’aggressività generazionale. Vedevamo ogni giorno ragazze e ragazzi, quello sino a ieri spavaldo e indifferente, l’amico timido, il taciturno, il mite, abbracciare di colpo le posizioni estreme, urlare gli slogan più truci, inneggiare all’annientamento del nemico.
Un interrogativo ci tormentava: questi brigatisti sono, come si leggeva sulla stampa, “folli”, “strateghi del terrore”, “criminali comuni”, “agenti di potenze straniere”, o soltanto gente come noi che ha deciso di trasformare in azione ciò che pure alberga nel nostro sentire? Assassini, in una parola, o parricidi? E alla fine, dopo averlo così duramente punito, avrebbero usato clemenza verso quel padre che, dalla “prigione del popolo”, si sforzava di trovare un canale di comunicazione con il suo mondo che l’aveva abbandonato, o la “giustizia proletaria” avrebbe compiuto il suo corso sino alle estreme conseguenze? Avevamo tante domande, ma ci mancavano le risposte. Ma nemmeno “chi di dovere”, se si ripercorre la cronaca di quei giorni, aveva risposta. Erano forse sbagliate le domande? O c’era qualcosa di non detto, qualcosa che avremmo scoperto soltanto dopo, quand’era troppo tardi?
Intanto la tragedia correva sulle nostre teste, scavava nel nostro inconscio, assestava radici di odio e di sangue. I bambini sognavano scene cilene, Roma era una città plumbea, stretta in un assedio metropolitano che evocava scenari da paese in guerra, eppure, fra le maglie dei controlli, i brigatisti si muovevano agili e indisturbati, nessuno pensava a pedinare gli intermediari, nessuno apriva porte sospette e preziosi indizi, che avrebbero potuto cambiare il corso della storia, restavano occultati dietro il moto indecifrabile del piattino di una singolare seduta spiritica.
Trent’anni dopo dovremmo vergognarci di aver pensato, in tanti, che Moro era impazzito, che non era più lui, che era indotto a vergare missive disperate dal “pieno e incontrastato dominio” dei suoi carcerieri. Chi si opponeva alla trattativa aveva ottime ragioni per mostrarsi intransigente. Ma trent’anni dopo siamo costretti a constatare che nel paese del familismo amorale, delle tangenti e delle raccomandazioni, solo e soltanto alla famiglia di Aldo Moro si era deciso di negare il conforto di uno spiraglio di trattativa. Lo si era fatto per i terroristi palestinesi (come Moro non mancava di ricordare nelle sue lettere), e l’avremmo fatto qualche tempo dopo per Giovanni D’Urso e per Ciro Cirillo.
Lo Stato non andò in crisi. Siamo ancora qui a testimoniarlo. Per tutti si trovò una strada. Per tutti tranne che per Moro. E mentre le domande si rincorrevano, accadevano cose che, con una scelta coraggiosa e condivisibile, Bianconi non racconta perché nessuno, in quel momento, poteva raccontarle.
Soltanto in seguito avremmo appreso, infatti, che le unità di crisi si avvalevano della consulenza di esperti internazionali per i quali la sola eventualità di una trattativa era una bestemmia. Che gli apparati investigativi pullulavano di uomini della loggia massonica deviata P2. Che per molti addetti ai lavori il destino di Moro era segnato sin dall’istante del suo prelevamento. Che un timore angoscioso pervadeva settori rilevanti del mondo politico e istituzionale: il timore che, in qualche modo, dal “processo popolare” potessero scaturire rivelazioni su quelle strutture segrete (Gladio, Stay behind) che, di là e contro ogni controllo democratico, avrebbero dovuto assicurare, by any means, la fedeltà atlantista dell’Italia anche in caso di vittoria elettorale, dunque democratica, delle sinistre.
Non lo sapevamo noi, gente comune, e, per quanto si sia detto, scritto e indagato negli anni a venire, non è mai emersa la prova certa che ne fossero a conoscenza gli stessi brigatisti. O, forse, lo davano così per scontato che non metteva conto informarne le masse: in più di un verbale processuale gli autori del sequestro avrebbero poi affermato di non aver compreso sino in fondo la prosa morotea, oppure di esserne stati abilmente depistati. La stessa decisione di attentare a Moro, e non a qualche altro maggiorente democristiano, sarebbe poi stata spiegata con la più minimalista delle motivazioni: era il bersaglio più facile da colpire, gli altri erano meglio protetti.

Perché venissero alla luce i depositi segreti di armi, i progetti di “enucleazione” degli oppositori politici, la ragnatela di contromisure che avrebbero potuto realmente trasformare l’Italia in un campo di battaglia avremmo dovuto attendere la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Storie passate, si dirà. Mai chiarite sino in fondo, forse impossibili da chiarire.
A meno di non trovare il coraggio di mettersi intorno a un tavolo e ricostruire il nostro passato senza la minaccia di una pena o il miraggio di una ricompensa. Ma non lo faremo. Non sembra proprio che interessi a nessuno.
Oggi la memoria di via Fani si è trasformata in una delle tante celebrazioni rituali a cui i delitti eccellenti della Prima repubblica ci hanno abituato. I ragazzi delle nostre scuole non sanno niente di Moro, del suo insegnamento, delle sue parole, delle strazianti lettere, della sua tragica fine. Tutto questo ci appare come un’icona sbiadita. Il nostro quotidiano parla una lingua totalmente diversa. Il sogno del mutuo ha rimpiazzato l’ansia della rivolta. L’operetta trionfa sul dramma, non c’è tragedia che non si possa presentare nel suo risvolto di sgangherato fescennino.
Gli anni di balsa hanno preso il posto degli anni di piombo. E in fondo li preferiamo. Sono, a loro modo, anni rassicuranti: non c’è molto da rimpiangere, in una stagione in cui si piazzavano esplosivi agli angoli delle strade e si sparava in faccia alla divisa, alla toga o alla grisaglia senza nessuna considerazione per l’uomo che l’indossav

a. I ragazzi di quella radio hanno messo su famiglia, c’è chi ha avuto successo e chi si è perso per strada, chi ha fatto carriera e chi non si rassegna a invecchiare. Uno alla volta, alla spicciolata, quasi tutti i protagonisti della vicenda sono usciti di scena.
Chi passato a miglior vita, con i propri dolori e, chissà, i propri segreti, e chi, come è accaduto a numerosi brigatisti, riammesso a varie forme di vita civile grazie a una legislazione i cui principi fondamentali, dalla rieducazione penitenziaria al reinserimento sociale, affondano tuttora radici proprio negli insegnamenti di Moro.
Paradossale, dolce, amara vendetta del padre sacrificato dall’arroganza dei giovani parricidi.

De Cataldo: dagli anni di piombo a quelli di balsa

(Io quel giorno di marzo lo ricordo bene, avevo undici anni e la tv in bianco e nero, ma anche in una cittadina piccola e lontana come era la Reggio di quegli anni, che si dibatteva tra i postumi di una disperata rivolta contro il potere decisionale imposto dall’alto e le prime avvisaglie dei nostri personalissimi "anni di piombo", si avvertì che la storia cambiava.)

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17 mar 2008