Festeggiare cosa? Il bisogno di dimostrare SEMPRE di essere in grado di esercitare il nostro mestiere almeno COME un uomo? Il doppio (o triplo lavoro) che quotidianamente ci tocca appena torniamo a casa e che ci rende contemporaneamente professioniste, operaie, dirigenti o impiegate e badanti, babysitter, cuoche e cameriere? Aggirarsi circospette per le strade sempre attente allo sguardo di chi incrociamo non sia mai che si concretizzi sulla nostra pelle tutta la cronaca che quotidianamente leggiamo?
Invece della mimosa, fiore timido e ritroso (sic!), per la loro festa i fiorai si organizzassero a proporre a mariti, figli, fidanzati e amanti almeno una robusta stella alpina, che si attacca alla roccia nuda e resiste a tutte le intemperie…
E, vi prego, lasciate perdere gli spogliarelli dei maschi… fanno tristezza.
Sanno di “per un giorno so’ uomo pure io”…
Alla festa della donna NON è che proprio tutto permesso: non si tocca il sedere dei camerieri, per fare un esempio, non ci si traveste da lolite assatanate per un giorno, spesso non avendone età e mezzi fisici adeguati. Ma anche avendoli in effetti non risulta granchè edificante.
L’8 marzo dovrebbe al limite essere un giorno di celebrazione per le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, non della dimostrazione dell’esatto contrario.
In ogni caso, auguri a chi ci tiene.
Anche se l’augurio migliore è che dell’8 marzo le nostre figlie non abbiano più bisogno.























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