Cristiani. Vi ritroverete ancora una volta insieme a tutti i vostri cari estinti. Ma proprio tutti, tutti coloro che ciascuno ha perduto e che hanno vissuto secondo virtù e fede. Un cielo incredibilmente affollato, al di là di ogni mortale capacità di comprensione. Peggio delle code all’ufficio postale, alla banca, negli stadi sportivi e nella calca dei concerti di musica pop; peggio delle maree di gente ai cortei di protesta politica, e peggio anche delle code agli aereoporti, con gli arcangeli ai controlli di sicurezza che fanno togliere le scarpe ai passeggeri.
Musulmani. Un paradiso con una provvista illimitata di vergini. Ma ogni maschio che abbia vissuto la propria esperienza sulla terra sa bene che le vergini non sono poi un gran che — strilli di dolore e scie di sangue sono la loro specialità — mentre le donne esperte sono quelle che sanno davvero come si faccia all’amore.
Ebrei. Soltanto le cose di questo mondo. Il che non equivale a materialismo, e non va inteso nel senso di possedimenti materiali. Soltanto il bene che si è fatto in questo mondo. Niente ricompense celesti.
Buddisti. Secondo quanto dice il Bhagavadgita, 11. 22, «Come un essere umano getta da parte un indumento consumato e ne indossa uno nuovo, così lo spirito scarta un corpo consunto e ne prende uno nuovo». Non mette conto di passare in rassegna le altre fedi religiose per vedere come ognuna di esse si preoccupi di evitare quanto è inevitabile, e cioè la fine.
L’aldilà è un altro pianeta. Neanche Einstein lo sapeva, né lo sa il telescopio più moderno e potente che esista. Il Telescopio Spaziale Spitzer riesce a guardare quasi 18 miliardi di anni-luce all’indietro, individuando la polvere di stelle da cui proveniamo; ma non sa guardare innanzi, verso dove stiamo andando. Neppure l’idea della Luce Oscura, un concetto scientifico esaltante ed esteticamente attraente, ha chiarito questa scoperta. Tutti i lanci di goffi fuochi d’artificio nello spazio — tutti i Diwali indiani, i Capodanni cinesi, i fuochi di Guy Fawkes —, i razzi nel cui abitacolo stanno astronauti uomini e donne, e il fenomeno della perdita di gravità, non hanno aperto la strada a un’esistenza contingente che avvenga in un altrove sgravato del peso della carne. Tutto quel gran ragionare intorno al fatto se ci sia o non ci sia la vita su Marte: il solo barlume che abbiamo, abbiamo avuto, è che forse questa sarebbe la risposta. Ci siamo giunti senza capirla, e per puro desiderio: desiderio di una risposta, oppure, chissà, desiderio di non perdere somiglianza, nell’Aldilà, con la vita di quaggiù.
I marziani, i venusiani e tutti gli altri alieni non possiedono ali d’angelo. Sono, è vero, certamente forniti di estensioni atte alla propulsione, in numero di due, più altre due, terminanti con un’estremità capace di afferrare e manipolare in modo complesso: sì, insomma, hanno una sorta di corpo a struttura ossea e muscolare, di diverso modello ma pur sempre basato su braccia e gambe, proprio come le case automobilistiche producono modelli diversi che funzionano in base a medesimi princìpi. Hanno un terzo occhio. Non come i Ciclopi, però. Forse, il terzo occhio di cui ebbe nozione Einstein: l’occhio grazie al quale Einstein riuscì a percepire l’unità di spazio e tempo.
Acqua. Ecco quel che cercava l’esplorazione spaziale — non è forse così? — come prova dell’esistenza della vita su pianeti diversi dal nostro. C’è abbondanza di acqua.
Cibo. Tutto il nutrimento necessario a mantenere in vita risulta presente sotto forma di elementi contenuti in quest’acqua. E non debbono mangiare, costoro? No, non ce n’è bisogno, a differenza di quanto accade a noi. E perciò non conoscono la fame. E neppure l’obesità e la differenza di classe?
Escrementi. Forse si liberano dell’eccesso di acqua attraverso il sudore.
Sesso. Come certi vermi che conosciamo, ciascuno di essi è dotato di entrambi gli apparati procreativi. (Magari è questo, almeno, il Cielo/Paradiso segreto che sognano i nostri innamorati del proprio stesso sesso?) Non procreano: il che potrebbe significare che su quel pianeta non esiste il dolore, dato che il dolore del parto è all’origine del dolore nella vita terrena. Il terzo occhio è il generatore di creazione. Gli esseri vengono «immaginati». Potrebbe essere il modo di creare dei figli ideali che diverrebbero uomini e donne come a noi piacerebbe che divenissero, e non come di fatto è avvenuto quaggiù, in salute e in malattia, a causa soprattutto — come abbiamo ap preso — del nostro Dna. Naturalmente si potrebbe pensare che tutto ciò condurrebbe più opportunamente all’Inferno in quanto realizzazione dell’estrema variante del Superuomo e della Superdonna di Nietzsche e Hitler. Ma quali mostri distruttivi potrebbero mai nutrirsi di sola acqua? In un simile pianeta i filosofi e i politici non faranno mai carriera.
Niente sudore e fatica nei pozzi delle miniere e nelle fabbriche, nei campi e al computer, per poter essere; niente problemi di sesso, niente desideri, niente figli non voluti che si debbano abortire, niente tensioni fra le catene generative di amante e amato, padre e madre, figlio e figlia. Sembra quasi di aver raggiunto la pace nella nostra incarnazione in un altro luogo dello spazio, una realizzazione del nostro sogno di non esistere mai e non da qualche parte. Una pace raggiunta solo qua e là su questa terra, e di quando in quando, giusto il tempo per stracciarla e farla a pezzi come i trattati delle Nazioni Unite; e inevasa come gli accordi sulla globalizzazione. La parola «tensione» è un arcaismo senza significato in qualsiasi veicolo di comunicazione linguistica usato per tenere assieme l’Aldilà.
Oltre la nostra vita. Dopo la nostra vita. Non sono dotati di una memoria, così come noi la intendiamo; questo è stato risparmiato loro. Gli aggiustamenti delle nostre azioni passate che inevitabilmente facciamo noi umani allo scopo di disfare il malfatto, oltrepassare le negligenze (ahimè irrevocabili, come ben sappiamo) nei confronti di coloro che amiamo o, ancora peggio, di chi abbiamo colpevolmente, crudelmente trascurato. Che sollievo paradisiaco!
Forse essi non provano nostalgia senza capirne il motivo. La vita sulla terra era così brutale, dura, inquietante: una domanda senza risposte. Perché mai si dovrebbe aver nostalgia di qualcosa, da questa totale libertà: eppure… L’estenuante pena della perdita: un sentimento che si può provare soltanto se si è già sperimentata la realizzazione di sé che quella perdita conferma. Senza questa clausola che altro c’è se non un vuoto. I tormentosi interrogativi: lei ritornerà o non ritornerà?, dov’è andato lui?, che cosa diceva realmente la voce al cellulare premuto contro l’orecchio?, quale giorno, quale ora, ha deciso la riuscita, il fallimento?, quanto lontano, quanto vicino?
E che dire del significato delle cose inanimate laggiù sulla terra. L’ordito degli oggetti comuni oltre il loro posto, e la misura del tempo cadenzata in griglie di calendari. Un tetto ricoperto di tegole che risulta identificabile sul globo di materia lasciato laggiù. Nient’altro che un tetto? La curva e la dimensione di ciascuna tegola, derivata da una forma umana, che essa continua in un altro materiale. Un essere umano intravide le possibilità di un pezzo di argilla plasmata sulla curva della sua coscia. Cotte al forno, collocate a embrice una sull’altra lungo le travi in discesa del tetto, le tegole avrebbero condotto a terra la pioggia mantenendo asciutto il riparo costruito dagli umani. E a distanza di millenni, come sovente accade con ciò che l’immaginazione della mortalità ha orgogliosamente creato fra l’editto di nascita e la tomba, v’è una celebrazione di bellezza nella sequenza dei tetti negli antichi villaggi d’Italia e di Francia. La brutta riproduzione di un dipinto a olio. Una natura morta; un altro tipo di persistenza all’interno dell’effimero. Semplicemente
, «Ragazze al pianoforte», con una succinta attribuzione informativa, Auguste Renoir. Un delizioso soggetto d’altri tempi; per altri, per chi lo vede all’improvviso, il dipinto originale che stava appeso alla parete in casa di suo padre prima che la guerra ne comportasse l’esproprio e la perdita ed esso passasse di mano in mano — mani sporche di denaro — sino a diventare tesoro pubblico in un museo d’arte che oggi vende riproduzioni a stampa delle proprie acquisizioni.
Niente arpe, né angeli, né vergini, niente politici né sete di potere, e invece completa libertà da tutto ciò che si è sopportato e goduto in terra: la polizza di assicurazione dell’Aldilà pagata sino all’ultimo centesimo. Ma allora, che motivazione li spinge? Il bisogno inconscio di cercare un altro pianeta. Fuggire l’Eternità.






















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