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Message in a bottle

«A usare questa alternativa sono i naufraghi o quelli che disperano di ricevere risposte, e ancora gli entusiasti, che pur non conoscendo il loro interlocutore sperano di ottenere la sua attenzione. Ad ogni modo il messaggio nella bottiglia è affidato al mare, al caso, alle infinite possibilità che enumerare ci toglie il fiato… sono come messaggi trasportati da un fluido accidentato e tal volta stagnante: se ne avete mai raccolto uno, sapete quali meravigliosi segreti e delusioni possano nascondere le sue pagine. Se portate con voi una domanda o una protesta, abbandonatela al destino, affidatela a una bottiglia e lasciate che inizi il suo viaggio, lontano da voi».

Poteva sembrare un affascinante messaggio in bottiglia trasmesso ai posteri da un militare del secolo scorso. In realtà si tratta di una lettera ricevuta da Morres Vickers Liepman, soldato americano della prima guerra mondiale e nascosta in una bottiglia di birra affinché non fosse distrutta dai bombardamenti tedeschi.

Questa antica missiva è stata ritrovata per caso da alcuni archeologi francesi, che esploravano alcuni insediamenti merovingi in Lorena. Il sergente Liepman, che riuscì a sopravvivere alla guerra, piazzò la lettera (spedita da Oklahoma City il 15 luglio 1918) nella bottiglia e poi la seppellì. Ciò che emerge dalla missiva è lo stato di mobilizzazione dell’opinione pubblica degli Stati Uniti durante il conflitto e traspare anche un estremo razzismo nei confronti della popolazione di colore: lo zio Pete infatti scrive a Morres lamentando il fatto che a causa della guerra è difficile trovare mano d’opera e di non condividere il fatto che anche i ragazzi di colore siano arruolati tra i soldati americani.

L’Institut National de Recherches Archéologiques Preventives, ch econserva la lettera, ha anche cercato, inutilmente, di rintracciare i discenenti di Liepman. Le poche notizie scoperte sono che il futuro soldato studiò a Pittsburg (Kansas) fino al luglio del 1917 quando partì per l’Europa. Raggiunse la Francia nel giugno del 1918 e combattè nelle battaglie delle Argonne, di Saint-Mihiel, di Verdun e dei Vosgi. Nell’autunno del 1918 la sua unità si accampò nella foresta di Haye non molto lontano dai territori in cui è stata ritrovata la lettera. Il sergente poi sarebbe tornato in America nel 1919.

fonte:Corriere della Sera
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10 feb 2008

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3 Commenti

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  1. le ali della farfalla
    11 feb 2008 at 09:51 #

    grazie, anche il tuo è molto interessante, purtroppo ho avuto poco tempo per guardarloa sufficienza
    a presto fabrizio

  2. Morgana
    11 feb 2008 at 12:43 #

    sul fatto che il disclaimer abbia lo stesso valore della Creative Commons, concordiamo. Te l’ho detto.. è soprattutto un eccesso di zelo, una precauzione, inutile quanto vuoi ma che nasce da norme poco chiare…

  3. ๑۩۞۩๑Mat๑۩۞۩๑
    11 feb 2008 at 12:27 #
    OT
     
    Ciao Morgana,
    questo lo avevo capito, ma non capisco il senso.
    Per essere considerato un prodotto editoriale, deve esserci a capo una persona che sia registrato nell’albo dei pubblicisti, almeno.
    Chi è registrato in quell’albo è soggetto a pagare una tassa annuale (bella zozzata dello Stato) e denunciare l’esistenza della testata.
     
    Poi ci sarebbe un discorso di tutela dei nostri diritti e riguarda il XXI articolo della Costituzione Italiana, che riguarda la libertà d’espressione.
    Il blog rientra a pieno nelle caratteristiche della libertà d’espressione, entro quei limiti esposti nelle leggi a seguire: contro il pudore, violazioni di privacy, contenuti offensivi, ecc. ecc.
     
    Diciamo che quel codice esposto è decorativo quanto inutile: se fossi controllata in tal senso, guarderebbero il titolo che hai e se dietro c’è un tornaconto personale (addetti ai lavori, denuncia dei redditi, contributi statali, ecc. ecc.).
     
    D’altronde, se fosse questa un’autentica testata giornalistica, quindi un prodotto commerciale, saresti già registrata anche alla SIAE per la tutela delle tue informazioni.
     
    Temo che questo tipo d’informazione sia stato diffuso tra i blog perché qualcuno, in origine, era con molta probabilità un giornalista che tendeva a precisare che quel blog era un oggetto di solo svago e niente più.
     
    Diciamo che è un po’ quello che avviene in questi ultimi tempi sulla creative commons: "quest’intervento è pubblicato sotto la licenza della Creative Commons".
    In realtà il diritto di proprietà sulle nostre abilità intellettuali ce l’abbiamo sin dalla nascita. La Creative Commons è un marchio formale che intende specificare la nostra intenzionalità su ciò che pubblichiamo.
     
    Ciao,
    Mat

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