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Quando la laicità si confonde all’intolleranza

Io non sono né fervente, né praticante, ma la mia cultura religiosa è sicuramente una cultura cattolica, nutrita durante l’adolescenza da un’importante esperienza scout. Ciò non m’ha impedito però di sviluppare una posizione critica, che tuttavia non m’ha definitivamente portata tra quelli che si definiscono atei. Io un Dio in qualche parte della mia testa – anima, cervello, cuore, non so bene – lo conservo ancora. Mi definisco laica.

Laico non vuol dire opposto di credente (cattolico, buddista, mussulmano, animista o quel che vi pare) e non è sinonimo né di ateo, né di agnostico. E’ una forma mentis, è la volontà di osservare le cose della fede da un punto di vista più razionale. Le cose dello Stato allo Stato, le cose della Chiesa, alla Chiesa. Altrimenti si scade nel fondamentalismo, che mica è solo islamico.

Essere laici, tuttavia, non autorizza affatto né a dire eresie, né a farle.

L’essere laico presuppone un’apertura mentale agli altri, la capacità di accettare e vivere l’incertezza delle proprie certezze, la consapevolezza che esistono altri pensieri che vanno rispettati esattamente come si pretende il rispetto del proprio.

In nome di questo, mi dichiaro indignata dal penoso spettacolo offerto da chi alla Sapienza s’è arrogato il diritto di togliere la parola a chi – attenzione, nel suo essere persona -  ha diritto di esprimersi in qualunque posto della terra gli va di parlare: che fosse il Papa o chiunque altro, ha veramente poca importanza.

Sono ragionevolmente sicura che il Papa non sarebbe andato a obbligare alla conversione forzata tutto il senato accademico della Sapienza, né che avrebbe distribuito scomuniche e condanne al rogo. Avrebbe semplicemente tenuto un discorso ispirato a una logica diversa da quella della ricerca scientifica. Era troppo da sopportare? In quest’ottica, non si dovrebbe permettere l’accesso alla parola in un’università laica non solo al prof. Ratzinger, ma anche a qualunque altro docente che proponga concezioni filosofiche a studenti di altre convinzioni. Io quando insegno, nel mio piccolo, trasmetto le MIE convinzioni, volente o nolente. E non sempre le mie convinzioni coincidono con quelle di chi mi ascolta. E’ implicito nell’atto stesso di trasmettere nozioni e conoscenze. I miei discenti, a loro volta, trasmettono a me le loro esperienze, conoscenze, convinzioni: il tutto si traduce in un arricchimento da entrambe le parti.

In conclusione, non esistono motivazioni valide all’ostracismo, meno che mai in un’istituzione che dovrebbe distribuire conoscenza. Quei professori della Sapienza avrebbero fatto meglio a disertare la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico ed ad andare per un giorno a far shopping, ma non a respingere un discorso prima di ascoltarlo.

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20 gen 2008

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2 Commenti

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  1. Stefano
    20 gen 2008 at 19:28 #
    Non sempre è facile resistere alla tentazione di sembrare degli stupidi.
    Direi che quei docenti abbiano perso un’ottima occasione di sembrare una volta tanto… professori.
  2. Eliana
    21 gen 2008 at 10:36 #

    Forse questo avvenimento ci voleva! ed ieri all’Angelus e’ stato dimostrato con la partecipazione di molti studenti, professori e famiglie, che la Sapienza e’ in Dio…..
    Scusa ma io non sono per : le cose dello Stato con lo Stato e le cose della Chiesa con la Chiesa..
    non sono una costante praticante ma la presenza di Dio la vedo in ogni cosa ed in ogni persona…non riesco a distinguere!

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