La morte di un sentimento, qualunque esso sia – di un amore o di un’amicizia è lo stesso – è come la morte di una persona amata.
Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto.
Perfino se l’hai attesa, causata, voluta – per autodifesa e buonsenso e perché ci credevi solo tu – quando arriva sembra d’essere rimasti con un occhio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato… Non si ricordano nemmeno le colpe, i tormenti che ti inflisse, le sofferenze che ti impose.
Il rimpianto ti consegna la memoria d’un sentimento pregevole anzi straordinario, d’un tesoro unico al mondo.
Né serve a nulla dirsi che ciò è un’offesa alla logica: un insulto all’intelligenza, un masochismo.
In questi casi la logica non serve, l’intelligenza non giova e il masochismo raggiunge vette da psichiatria…
Poi, un po’ per volta, passa.
Lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce, e il rifiuto di rassegnarsi ad esso scompare…
Ti rendi finalmente conto che non era né un sentimento pregevole anzi straordinario, né un tesoro unico al mondo, inizi a vederlo come tutto il resto del mondo lo vedeva…
Però…
…però sull’anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa e ti accorgi di non essere più quella che eri prima.
La tua energia s’è infiacchita, la tua curiosità s’è affievolita e la tua fiducia nel futuro s’è spenta.
Hai scoperto d’aver sprecato un pezzo di esistenza che nessuno ti rimborserà…






















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